L'Italia non è disponibile a inviare proprie truppe militari in Ucraina nello scenario proposto da Francia e Germania. Diverso sarebbe se prendesse corpo una missione di "monitoraggio" sotto l'egida dell'Onu. In poco meno di un'ora di vertice a Palazzo Chigi viene definita la linea con cui Giorgia Meloni si presenterà al summit dei 'volenterosi' a Parigi. Il comunicato ufficiale mette nero su bianco la posizione condivisa, dopo giorni di forti fibrillazioni, soprattutto fra Matteo Salvini e Antonio Tajani.
"Basta liti in pubblico", sarebbe stato l'avvertimento ai suoi vice da parte della premier, secondo ricostruzioni riferite in ambienti della maggioranza, preoccupata che distinguo e sgambetti interni sui temi di politica estera possano creare problemi al governo, offrendo peraltro il fianco agli attacchi sempre più intensi delle opposizioni. Ricostruzioni smentite in serata dall'ufficio stampa di palazzo Chigi che parla di una "salda convergenza" e di nessuna "intimazione" da parte della premier facendo riferimento all'esito della riunione riportato dalla nota ufficiale. La composizione del vertice, anticipato da alcuni quotidiani, viene chiarita solo a ridosso, quando Salvini conferma la sua partecipazione. Era stato "invitato", spiegavano poco prima alcune fonti di governo, per "renderlo partecipe della delicatezza del momento e condividere linee politica estera".
In sala anche il ministro della Difesa Guido Crosetto, nonché diplomatici e militari. Una riunione di carattere operativo, dunque, non solo politico. Sul tavolo gli scenari di una situazione geopolitica in continua evoluzione. Ma prima vanno messe da parte le tensioni interne, montate fra i disallineamenti sul ReArm Europe, i dazi, la telefonata di Salvini al vicepresidente Usa JD Vance e le parole di Tajani sui "populisti quaquaraquà". Meloni li ha voluti riunire per arrivare a Parigi con un mandato chiaro: il momento è di quelli estremamente complicati, va ripetendo, non c'è margine per mostrare crepe, in particolare sulle questioni internazionali. Salvini a fine vertice si presenta a una conferenza stampa della Lega dicendo che è andata "benissimo", liquidando "certi retroscena surreali" e rifilando l'ennesima stoccata all'Ue: "Dovrebbe permetterci di fare debito sano per la sanità, non per fare guerre".
Tajani preme sui colleghi di governo affinché si scelga il coordinamento con l'Ue per mettere a punto le risposte ai dazi americani. E insiste sulla necessità di aprire un dialogo con Berlino, anche caldeggiando un incontro fra Meloni e il cancelliere in pectore Friedrich Merz, per bilanciare l'asse che sta prendendo forza fra Parigi e Londra. Bisogna stare in campo, la sintesi della sua moral suasion, per influenzare le decisioni in questo momento. E da Trieste il ministro degli Esteri è il primo a sintetizzare la linea del governo: "Non inviare militari in missioni che non siano delle Nazioni unite, è l'unica condizione per noi per inviare militari". E "rimane l'opzione di una sorta di articolo 5 bis della Nato per garantire la sicurezza europea e per proteggere l'Ucraina".
Poco dopo arriva il comunicato di Palazzo Chigi. Si indica il "contesto euroatlantico" come cornice in cui costruire "garanzie di sicurezza solide ed efficaci" per Kiev, "insieme ai partner europei e occidentali e con gli Usa". Si sottolinea che l'idea di mutuare l'articolo 5 della Nato (sulla difesa collettiva di un alleato attaccato) "sta riscontrando sempre più interesse tra i partner internazionali".
E soprattutto si ribadisce che "non è prevista alcuna partecipazione nazionale ad una eventuale forza militare sul terreno". Quindi, non c'è margine per aderire a una strategia come quella dei 'volenterosi', promossa da Emmanuel Macron e Keir Starmer. È stato infine affrontato il tema "dell'attuazione e del monitoraggio del cessate il fuoco, su cui si sta facendo spazio un possibile ruolo delle Nazioni Unite, che il Governo italiano sostiene da tempo". E in quest'ottica si guarda con interesse a Paesi come la Turchia che, notano fonti di governo, "in questo momento gioca un ruolo importante". Mentre da Kiev avvertono però l'Europa che "servono truppe pronte a combattere, non peacekeeper".
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