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Barbareschi, 'Favino ha ragione, troppi inchini agli americani'

Barbareschi, 'Favino ha ragione, troppi inchini agli americani'

"Penelope Cruz romagnola sembra l'esorcista"

VENEZIA, 04 settembre 2023, 19:29

dell'inviata Alessandra Magliaro

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- RIPRODUZIONE RISERVATA

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(ANSA) - VENEZIA -"So di stare sulle palle, sono 50 anni che mi interrogo perchè, forse perchè sto sempre da una parte... quella del mio pensiero" dice Luca Barbareschi con quel modo diretto e strafottente. A Venezia, dopo esser stato la voce del contumace Roman Polanski per The Palace, che ha coprodotto e pure interpretato con un cameo irriconoscibile in cui è un pornodivo decaduto, oggi è regista, produttore, protagonista di The Penitent, un bel film fuori concorso scritto da David Mamet e ispirato ad un caso di cronaca di fine anni '70, il caso Tarasoff con al centro temi attuali ancora come l'influenza della stampa, la strumentalizzazione della legge, temi che si innestano sul terreno personale della spiritualità e dei rapporti familiari. La sala della conferenza stampa al Casinò, prima piena per Woody Allen (Coup de chance) e per Sofia Coppola (Priscilla), si svuota completamente, restano un paio di croniste al netto della delegazione del film. A Barbareschi sfugge un "vedo che c'è scarso interesse... sì mi dicono che ci sono persone collegate in streaming ma ho visto qui incontri stampa con le persone in piedi". Ma nonostante il fiume articolato, riflessivo e colto delle parole, Barbareschi resta con i nervi saldi e osserva: "mi sento privilegiato e felice, sono a Venezia con due film, se - dice all'ANSA - mi avessero detto 50 anni fa di venirci con un film prodotto per Polanski e un altro diretto da me e scritto da David Mamet non ci avrei creduto. Qua non mi vogliono, mi imbuco alle feste, ballo con il direttore Alberto Barbera, non mi faccio rovinare il momento". The Penitent, che è il suo primo film americano e ha un cast internazionale con Catherine McCormack, Adam James, Adrian Lester (prodotto dalla sua Eliseo con Rai Cinema, in sala prossimamente con 01) è una moral play, "non un film facile, parla male della macchina giudiziaria e della stampa, un film violento su questi temi". Reinterpretando il caso Tarasoff parla di uno psichiatra (Barbareschi) che vede deragliare la sua carriera e la sua vita privata dopo essersi rifiutato di testimoniare a favore di un ex paziente violento ed instabile che ha causato la morte di diverse persone. L'appartenenza alla comunità LGBT del giovane paziente, il credo ebreo del dottore, la fame di notizie della stampa e il giudizio severo della legge, aggravati da un errore di stampa dell'editor di un giornale, sembrano essere gli elementi che fanno scatenare una reazione a catena esplosiva. La gogna mediatica e l'accanimento del sistema giudiziario si sommano al dilemma morale nel professionista che si trincera dietro al giuramento di Ippocrate per difendersi dalle interrogazioni, dalle pressioni e dai tradimenti di tutti alla ricerca della verità. "Il mio percorso con Mamet è di lunga data, traduco tutte le sue opere, condivido con lui temi religiosi, politici, economici, sono d'accordo al 110% per ogni battuta del film. Il Sag-Aftra di cui faccio parte anche io mi ha permesso di essere qui nonostante lo sciopero e sono grato a Rai Cinema per la libertà espressiva che da sempre mi accorda". Barbareschi parla di cancel culture, della contestata prima a Parigi dell'Ufficiale e la spia di Polanski ("le femministe gridavano 'camera a gas', io e Roman nascosti ci siamo guardati: sua madre è morta ad Auschwitz suo padre sopravvissuto a Mathausen, ma in che follia siamo arrivati?"), della necessità "di recuperare i valori giudaico cristiani altrimenti l'Europa si suicida". E interviene sul caso Favino "Tutto il mondo recita nelle lingue di appartenenza, solo noi continuiamo a pensare di dover far l'inchino agli americani. Il problema non è la lingua di per sè, tanto doppiamo tutto, ma culturale. Favino ha ragione, io stesso un anno fa ho detto le stesse cose, lo stimo e trovo insopportabile questa nuova moda, partita con House of Gucci, in cui si mette in scena come parlerebbero gli italiani fatti dagli inglesi e americani, un inglese italianizzato recitato però da un disastrato mentale. Ora in Ferrari c'è Penelope Cruz che parla in accento spagnolo tentando di essere romagnola, tipo esorcista con vari voci dentro di sè. Il problema vero è che dovremmo essere noi a raccontare le storie italiane. Con questo non dico di proibire nulla ma mi auguro si facciano grandi investimenti culturali. Dispiace lasciare agli altri raccontare noi italiani, che invece abbiamo un potenziale creativo infinito"

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