(di Fausto Gasparroni)
La rapidità con cui
ieri papa Francesco ha fatto la sua scelta, nominando il
cardinale di Bologna Matteo Maria Zuppi alla presidenza della
Cei, nell'ambito della 'terna' votata dall'assemblea, ha
sorpreso tutti i vescovi e prima ancora il diretto interessato.
Un piccolo segnale anche questo della fretta con cui il
Pontefice vuole imprimere il suo "rinnovamento" alla Chiesa in
Italia. E della "responsabilità" che ricade ora sulle spalle di
"don Matteo", come continua a farsi chiamare, di cui è
sintomatica anche l'emozione con cui ha affrontato ieri la sua
prima dichiarazione ai cronisti. E' proprio su Zuppi, l'ex prete
di strada cresciuto nella Comunità di Sant'Egidio, che Bergoglio
fonda il "cambio di passo" che vuol vedere nell'episcopato e nel
panorama ecclesiale della Penisola, di cui lui, come vescovo di
Roma, è il primate.
Non sono stati rari, in questi nove anni di pontificato, i
momenti in cui Francesco ha mal sopportato le lentezze, le
ritrosie, le esitazioni con cui la Chiesa nazionale si adeguava
alle sue innovazioni. In certi casi anche lamentandosene
pubblicamente, come quando, a distanza di quattro anni dal suo
discorso programmatico per la Chiesa italiana, pronunciato nel
2015 al V convegno ecclesiale di Firenze, invitò a ripartire da
lì perché nulla era stato ancora fatto.
"E' proprio lo stigma della nostra Chiesa - protestò il 4
maggio di tre anni fa in Laterano -, 'che bello quell'incontro,
ha segnalato giusto il cammino'. Oggi se io domandassi 'dite
qualcosa del discorso a Firenze', 'si', non ricordo...'. E'
entrato nell'alambicco delle distillazioni intellettuali, è
finito senza forza, anche come un ricordo".
Ma il giudizio davvero pesante sulla Chiesa italiana e sul
suo vago rapportarsi, nella pratica, alle istanze del
pontificato Francesco l'ha dato nella recente intervista al
Corriere della Sera. "Spesso ho trovato una mentalità
preconciliare che si travestiva da conciliare. In continenti
come l'America Latina e l'Africa è stato più facile. In Italia
forse è più difficile", ha detto addirittura, aggiungendo poi a
proposito dell'imminente scelta del nuovo presidente Cei: "io
cerco di trovarne uno che voglia fare un bel cambiamento". E
quel momento con Zuppi, una figura che più "conciliare" non si
potrebbe, è arrivato.
A parte l'aver archiviato in fretta il discorso di Firenze,
tra quanto è stato rimproverato in questi anni all'episcopato
italiano, per fare degli esempi, c'è l'attendismo nell'accettare
l'idea del cammino sinodale (poi pressoché 'bruciato' dallo
stesso Bergoglio con la convocazione del Sinodo mondiale sulla
sinodalità), i ritardi sulla riforma del processo di nullità
matrimoniale, la mancata riduzione delle diocesi (ma Francesco
procede da sé, accorpandole 'in persona episcopi'), e anche
altri dossier. E per smuovere le acque, per imprimere maggior
dinamismo in senso bergogliano, Zuppi avrà molto dal lavorare.
"E' come il Buon samaritano", lo descrive mons. Vincenzo Paglia,
che lo conosce bene. Ma per incarnare al meglio l'ideale del
"rinnovamento" servirà anche tirar fuori le unghie. "Intendo
fargli gli auguri per l'inizio del suo mandato che immagino
certamente non sarà una passeggiata. Perché ci sono tanti
problemi da affrontare. Evidentemente ci vuole oltre che energia
personale anche l'aiuto del Signore", ha detto oggi il cardinale
segretario di Stato Pietro Parolin, che comunque ritiene "che la
persona sarà in grado di affrontare tutti questi problemi e
condurre la Cei secondo le indicazioni che il Papa gli ha
offerto". E su un tema che ha ancora molte resistenze come la
possibile inchiesta indipendente sugli abusi sessuali del clero
in Italia, oggi un bell'assist è venuto in assemblea Cei dal
videomessaggio del cardinale di Boston Sean O'Malley, presidente
della Pontificia commissione per la Tutela dei minori, secondo
cui "saremo giudicati sulla base della nostra risposta alla
crisi di abuso nella Chiesa", e tra gli aspetti per un'adeguata
"conversione pastorale" ha indicato, oltre ovviamente a
"rimuovere i colpevoli", anche "uno screening adeguato e
accurato" e "cooperare con le autorità civili".
Intanto il suo primo messaggio di saluto il card. Zuppi lo ha
inviato alla sua diocesi di Bologna per la benedizione della
Madonna di S.Luca. "Quanto dolore in questi anni, prima con la
pandemia del Covid e adesso con quella della guerra,
inaccettabile, alla quale non possiamo mai abituarci", vi
afferma. "La guerra rovina tutto e per sempre. La pace permette
la vita e la protegge. Diventiamo artigiani di pace. Tutti lo
siamo e lo possiamo essere. Dipende da noi".
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