Le due facce di Venezia, quella spensierata e mercantile al culmine del suo sviluppo e quella viziosa all'inizio della decadenza sono un po' il tema de ''La bottega del caffè'' di Goldoni e su cui ha lavorato la regia di grande eleganza e pulizia oggi rara firmata da Maurizio Scaparro per il Napoli Teatro Festival, ieri (applauditissimo) e oggi al Mercadante, prodotto dalla Fondazione Teatro della Toscana.
Il sipario si apre su una Venezia notturna, scura ambigua, che, illuminandosi in una mattinata di un giorno di carnevale, si popola spensierata e giocosa di ombre di maschere, compare anche un Arlecchino, mentre alla fine si chiude sull'ombra nera, funesta, che si staglia controluce, di Don Marzio, il personaggio chiave e malevolo di questa commedia ricca di risvolti oscuri, cui fa da contraltare il caffettiere Ridolfo col suo carattere positivo e ricco di buone intenzioni. E non a caso il primo è straniero, napoletano, e rappresenta le cattive influenze che arrivano a inquinare la Serenissima, il secondo, che in una prima versione era un Brighella col servo Arlecchino, è un veneziano con Trappola ragazzo di bottega.
Davanti alla bottega del caffè, dove il prepotente e arrogante Don Marzio vestito di nero semina zizzania, con maldicenze vere e inventate, subdolo e infido, amichevole e falso con la verità e le ombre che gli regala un Pino Micol in gran forma sempre a indagar su tutto con i suoi occhialetti, c'è la bisca clandestina di Pandolfo che favorisce bari e approfittatori come il finto Conte Leandro (ben disegnato da Ruben Rigillo), che stanno riducendo sul lastrico l'ingenuo Eugenio (il bravo Manuele Morgese), commerciante di stoffe e vinto dalla passione del gioco, figlio dell'ex principale di Ridolfo e che lo aiutò ad aprire la sua bottega. Per questo il caffettiere, che ha il bel carattere, la incisiva varietà di gesti e toni che gli dà Vittorio Viviani col necessario tocco di retorica, non smette mai di darsi da fare, di aiutare, di far prediche a Eugenio perché si ravveda e torni dalla sua bella moglie Vittoria che sta portando alla disperazione. Sul campiello della bottega (scene e costumi di Lorenzo Cutoli), come una donnina seducente di un carillon, si affaccia ogni tanto dal suo balcone una ex ballerina giovane e bella, o arriva una pellegrina piemontese alla ricerca del marito fedifrago, il tutto a movimentare e articolare lo sviluppo delle vicende di tutti, sino al finale con i cattivi puniti o ravveduti e solo Don Marzio sempre lì, libero, inquieto e minaccioso, che si propone di andarsene da Venezia.
Un testo classico e scritto in italiano di Goldoni, datato 1750, dai caratteri ''umani, verissimi, e forse veri - come ha scritto lo stesso autore - ma io li traggo dalla turba universale degli uomini, e vuole il caso che alcuno in essi si riconosca''.
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