I lineamenti decisi e lo sguardo fiero verso l'orizzonte che costruirà. La mano che stringe lo scettro, il drappo dorato che scende regale e quel ginocchio scoperto, segno di devozione come nella tradizione omerica. Imponente e mastodontico con i suoi 13 metri di altezza, oggi come allora il Colosso di Costantino emoziona e segna la distanza tra lui e chi si ritrova al suo cospetto. O almeno al cospetto della più fedele ricostruzione della colossale statua dell'imperatore del IV sec. d.C, colui che aprì definitivamente le porte al Cristianesimo, padrone assoluto di Roma e dell'Impero, che da oggi accoglie, gratuitamente, i visitatori del giardino di Villa Caffarelli, quasi una porta d'accesso a quello scrigno di tesori che sono i Musei Capitolini.
Tra gli esempi più significativi della scultura romana tardo-antica e la più colossale opera a noi arrivata (i Dioscuri capitolini sono 5,80 metri, per intendersi), la statua originale venne riscoperta nel XV secolo presso la Basilica di Massenzio lungo la via sacra. Ne rimangono solo nove frammenti marmorei, custoditi nel cortile di Palazzo dei Conservatori, più uno ora riemerso dal "passato". Proprio da quelli, si è partiti per questo progetto, frutto della collaborazione tra la Sovrintendenza capitolina, Fondazione Prada e Factum Foundation for Digital Technology in Preservation, con la supervisione scientifica del sovrintendente Claudio Parisi Presicce.
"Un lavoro straordinario - racconta il sindaco Roberto Gualtieri - e un vero colosso che rappresenta il potere dell'imperatore che ha trionfato a Ponte Milvio. Stiamo lavorando per cercare di recuperare le dimensioni dell'antichità. Ad esempio, anche con il museo della Forma Urbis, dove abbiamo collocato i frammenti sopra una mappa famosissima del '700 per renderli intellegibili, e sulla quale si può camminare", dice, citando anche "gli scavi dell'Argentina e i negozi di via Flaminia" e poi ancora "l'anastilosi della Basilica Ulpia".
Ora il Colosso di Costantino, aggiunge l'Assessore alla cultura Miguel Gotor, "dimostra come non solo la vita, ma anche la storia e l'archeologia sono fatte di frammenti e ricomposizioni".
Presentata per la prima volta a Milano nel 2022 in occasione della mostra Recycling beauty curata da Salvatore Settis e Anna Anguissola, con Denise La Monica, la ricostruzione in scala 1:1 coniuga infatti rigorose analisi archeologiche, studi letterari sulle fonti, 3D e nuovissime tecnologie della Factum Foundation, che in Italia ha già lavorato, ad esempio, con Peter Greenaway sul cenacolo vinciano o sul San Lorenzo di Caravaggio a Palermo.
Fondamentali, racconta Parisi Presicce, "sono stati i frammenti ritrovati nel 1486", che solo nell'Ottocento furono identificati come appartenenti alla statua di Costantino e non di Commodo, ma anche un ultimo pezzo, "parte del torace, rinvenuto nel 1951 e dimenticato per anni nei depositi del Parco archeologico del Colosseo, che sarà presto trasferito al Campidoglio. Nessuno finora aveva studiato la relazione tra tutti i pezzi. Noi ci siamo concentrati sulle tracce visibili, ma soprattutto su quelle invisibili".
Realizzata in resina e poliuretano, insieme a polvere di marmo, foglia d'oro e gesso, l'opera riapre anche la strada a interrogativi come l'origine della statua. Ovvero spiega il sovrintendente, "se alla base ci fosse la statua di Giove Capitolino che si trovava proprio in quest'area" nel tempio di Giove Ottimo Massimo "o se invece l'opera si ispirasse a modelli classici che risalivano fino allo Zeus di Fidia". Il Colosso conclude, "rimarrà qui tutto l'anno giubilare. Poi si vedrà se spostarlo al Museo della Civiltà Romana, che verrà riaperto" con i fondi del Pnrr.
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