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Quando la 'New Art" americana ando' a Venezia e vinse

Quando la 'New Art" americana ando' a Venezia e vinse

Al Jewish Museum l'ultimo progetto di Germano Celant

NEW YORK, 15 settembre 2022, 18:36

di Alessandra Baldini

ANSACheck

- RIPRODUZIONE RISERVATA

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Quando la "New Art" americana ando' a Venezia e vinse: una mostra al Jewish Museum di New York conduce in porto l'ultimo progetto di Germano Celant. Il critico italiano che conio' il termine "Arte Povera' e' morto nel 2020 di Covid. Era stato avvicinato tre anni prima dal museo newyorchese per affrontare il ruolo di Alan Solomon, che lo diresse per due turbolenti anni, nella scena artistica di New York.
    E' nata cosi' '1962-1964', una rassegna a tutto campo tra arte, moda, letteratura, teatro e costume che tra l'altro racconta come, proprio grazie a Solomon, la pop art si affermo' a livello internazionale. Una americanata destinata a fallire: questo il pronostico di Corrado Cagli, in una intervista alla Rai nell'anno - il 1964 - in cui nessun italiano alla Biennale di Venezia vinse il premio per la pittura mentre il Leone per miglior artista straniero ando' a Robert Rauschenberg, che Solomon, incaricato di montare il Padiglione Americano, aveva portato in Laguna assieme a Jasper Johns, John Chamberlain, Jim Dine, Morris Louis, Kenneth Noland, Claes Oldenburg e Frank Stella occupando con le loro opere anche la sede del consolato. Il governo degli Stati Uniti e addirittura la Cia furono accusati di aver orchestrato dietro le quinte la vittoria del texano. L'Europa non digeriva di aver perso il primato: "Il giudizio negativo su Rauschenberg e' un giudizio negativo sulla societa' americana. Da noi c'è più ottimismo, meno nevrastenia, meno nevrosi. Più convinzione e oltre che più tradizione. Quelle cose sono piu' stagionali e corrispondono alle mode", ecco ancora Cagli, visibilmente irritato, nel video Rai Teche proiettato durante la mostra. '1962-1964', aperta fino a gennaio, raccoglie oltre 150 opere, tutte realizzate o viste a New York in quei due anni, molte di artiste donne come Louise Nevilson, Marisol, Faith Ringgold, Marjorie Strider, Yayoi Kusama. A corredo le foto di Ugo Mulas alla Biennale e prima ancora nei loft occupati da Rauschenberg, Chamberlain, Roy Lichtenstein e George Segal a Lower Manhattan, una zona minacciata dalla gentrificazione voluta dall'allora sindaco Richard Wagner e l'urbanista Robert Moser. Dietro tutto questo l'opera di Solomon che, appena arrivato al Jewish Museum, diede a Rauschenberg e Johns le loro prime retrospettive museali. Ma la mostra non si limita a celebrare la figura del direttore e il suo incandescente seppur brevissimo mandato (Solomon e' morto nel 1970 a soli 49 anni). E' uno spaccato intriso di nostalgia che ricrea un salotto e un tinello dell'epoca, affianca i discorsi di Mlk e i video dell'assassinio di Jfk a un esemplare dello scandaloso monokini lanciato dallo stilista Rudi Gernreich. Un paravento di Isamu Noguchi per un balletto di Martha Graham, i costumi di Rauschenberg per "Antic Meet" di Merce Cunningham. Tra gli artisti, c'e' Christo da poco arrivato a New York con due "Store Fronts" creati usando resti di edifici demoliti, uno dei quali destinato a Oldenburg e il suo "Negozio" nell'East Village. Memorie di una New York sparita, come 'Sky Cathedral's Presence' della Nevilson, collage di balaustre e mobili delle townhouse di Kips Bay finite in macerie per far posto a un ospedale.

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